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Alimentazione nei primi mesi e rischio di eczema, asma e allergie alimentari: le raccomandazioni dei pediatri americani

Allergie alimentari, rinite allergica, asma, dermatite atopica: sono condizioni che fanno parte della categoria più generale delle malattie atopiche, caratterizzate dalla tendenza a produrre un certo tipo di anticorpi (le immunoglobuline E) in risposta a basse dosi di allergeni. Da tempo un importante filone di ricerca riguarda l’influenza che può avere l’alimentazione sulla possibilità di sviluppare queste condizioni, soprattutto in bambini già a rischio. E per alimentazione si intende sia quella della mamma durante la gravidanza, sia quella del bambino nei primi mesi di vita, dunque tipo e durata di allattamento, eventuale tipo di formula utilizzato, momento di introduzione di cibi allergizzanti come uova, pesce o frutta secca.

 

Ora un nuovo documento dell’Associazione americana dei pediatri (AAP) fa il punto sulle conoscenze disponibili sull’argomento, proponendo una serie di raccomandazioni alimentari per ridurre, quando possibile, il rischio di condizioni atopiche. Vediamole insieme, con il commento di Enza D’Auria, dirigente medico responsabile dell’Ambulatorio sulle allergie alimentari dell’Ospedale pediatrico Buzzi di Milano.

 

Dieta materna in gravidanza e allattamento e rischio di malattie atopiche

A lungo si è pensato che evitare cibi potenzialmente allergizzanti in gravidanza e durante l’allattamento potesse ridurre il rischio per il bambino di sviluppare una condizione atopica. In realtà – affermano i pediatri americani – non ci sono prove che sia così, a conferma di quanto già dichiarato nelle raccomandazioni precedenti, pubblicate nel 2008.

 

“L’alimentazione della mamma durante l’attesa e l’allattamento deve essere varia ed equilibrata perché ha effetti importanti sulla gravidanza stessa e sulla salute del feto e del bambino che nascerà, ma non ha effetti particolari sul rischio di malattie atopiche” sottolinea D’auria. “Da questo punto di vista si può mangiare di tutto e non servono restrizioni particolari”. E questo vale per tutte le mamme, anche per quelle di bambini a rischio perché hanno un parente di primo grado (genitore o fratello) già affetto da allergie alimentari, eczema, rinite allergica o asma.

 

Bimbo allergico all’uovo, ma la mamma non deve sentirsi in colpa
Paolo, il bambino di Elena, soffre fin da piccolo di allergia all’uovo, alle proteine del latte, alla carne di manzo e la mamma (come spesso accade alle mamme) si sente in colpa: per tutta la gravidanza ha evitato le fragole perché sa che sono un frutto allergizzante, ma ha continuato a mangiare uova e pesce e ora pensa che sia per questo che Paolo è così allergico.

“In realtà Elena può stare tranquilla – rassicura D’Auria – le allergie di suo figlio non hanno nulla a che fare con il fatto che in gravidanza ha mangiato alimenti in grado di provocare allergie. E le ultime raccomandazioni dei pediatri americani lo confermano”.

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Tipo e durata di allattamento e malattie atopiche

Se l’alimentazione della mamma durante gravidanza e allattamento non influenza il rischio di sviluppare condizioni atopiche, è vero invece che tipo e durata dell’allattamento un effetto lo possono avere. “In particolare è l’allattamento al seno a giocare un ruolo positivo, con effetti però differenti a seconda della condizione che prendiamo in considerazione” precisa D’Auria.

 

Respiro sibilante
È un sintomo abbastanza comune nei primi anni di vita dei bambini, caratterizzato da un suono particolare del respiro (come se ci fosse un fischio) in seguito all’esposizione ad alcuni fattori scatenanti. “Spesso – spiega D’Auria – è solo transitorio, e in questi casi è in genere scatenato da agenti infettivi. In alcuni bambini, però, può evolvere in età scolare in asma vero e proprio, pronto a manifestarsi in seguito all’esposizione ad allergeni aerei come i pollini. Succede in particolare nei bambini a rischio per condizioni atopiche (perché hanno un genitore o un fratello già affetti) o già colpiti da un’altra condizione atopica come  una dermatite o un’allergia alimentare”.

 

Ebbene, secondo la revisione dei pediatri americani i dati a disposizione mostrano che l’allattamento al seno – non necessariamente esclusivo ma anche misto – sembra proteggere il bambino dal rischio di respiro sibilante nei primi due anni, purché sia protratto per almeno tre-quattro mesi di vita. “Una buona notizia per le mamme che per vari motivi non riescono ad allattare al seno in modo esclusivo ma si affidano a un allattamento misto” commenta l’esperta.

 

Asma
I dati ora disponibili portano a concludere che l’allattamento al seno – sia esclusivo sia misto – di lunga durata, cioè oltre i primi mesi di vita, ha un effetto protettivo nei confronti dell’asma vero e proprio anche oltre i cinque anni del bambino.

 

Eczema atopico
In questo caso l’effetto protettivo è legato al solo allattamento al seno esclusivo (no misto), che se praticato per almeno tre-quattro mesi di vita riduce il rischio di eczema atopico per i primi due anni di vita del bambino.

 

Allergie alimentari
In questo caso, invece, i dati a disposizione non permettono di arrivare a conclusioni certe sul rapporto tra tipo e durata di allattamento e rischio di allergie alimentari.

 

“Ricordiamo comunque che, al di là della prevenzione di alcune condizioni atopiche, l’allattamento al seno ha un importante ruolo preventivo nei confronti di altre condizioni, come le malattie infettive del lattante a partire dall’otite. Anche per questo motivo l”Organizzazione mondiale della sanità lo raccomanda in modo esclusivo per i primi sei mesi di vita del bambino” conclude D’Auria.

 

Tipo di formula e malattie atopiche

Le formule idrolisate (cioè con proteine del latte più o meno frammentate) possono prevenire l’insorgenza di condizioni atopiche in bambini a rischio alimentati con latte artificiale? A differenza di quanto raccomandato in precedenza sembra proprio di no: secondo le conclusioni dei pediatri americani non ci sono prove definitive che l’utilizzo di queste formule speciali possa avere un effetto preventivo sullo sviluppo di dermatiti, allergie alimentari, riniti o asma. Dunque, anche se il bambino è a rischio (e a maggior ragione se non lo è) non c’è motivo di preferire queste formule.

 

Diverso il discorso se il bambino ha già manifestato una condizione atopica a esordio precoce (per esempio una dermatite o un’allergia alle proteine del latte vaccino): “Qui passiamo dall’ambito della prevenzione a quello del trattamento e allora le formule idrolisate rimangono indicate, e in particolare le formule ipoallergeniche estensive, nelle quali le proteine del latte sono completamente frammentate” spiega D’Auria.  

 

Svezzamento e rischio di malattie atopiche

Fino a una decina d’anni fa, l’indicazione fondamentale che veniva data ai genitori che si apprestavano ad avviare i loro bambini allo svezzamento era quella di ritardare l’introduzione degli alimenti allergizzanti come uovo, pesce e certi tipi di frutta (fragole, frutta secca). La raccomandazione generale era di non darli prima dell’anno di vita e a volte anche più tardi. Grazie ai risultati di numerosi studi condotti negli ultimi anni, però, già dal 2008 le indicazioni sono radicalmente cambiate: è emerso infatti che ritardare l’introduzione di cibi allergizzanti non serve a prevenire malattie atopiche. Le ultime raccomandazioni dei pediatri americani recitano testualmente:

 

 

Una raccomandazione importante, rispetto alla quale servono però alcune precisazioni. “I dati dicono che non ha senso ritardare l’introduzione oltre i 4-6 mesi (e ricordiamo che l’Oms continua a  raccomandare l’allattamento al seno per i primi 6 mesi), ma non indicano un momento preciso in cui è opportuno effettuarla” sottolinea D’Auria. Significa che queste raccomandazioni non vanno interpretate nel senso di avviare a quattro mesi un programma serrato di alimentazione complementare con alimenti allergizzanti, ma nel senso di scegliere il momento della loro introduzione in base alle raccomandazioni del pediatra sullo svezzamento, alle tradizioni e abitudini della famiglia, al fatto che il bambino sia pronto o meno allo svezzamento, senza bisogno di aspettare per forza il primo compleano o oltre.

 

Attenti alle arachidi
Secondo le raccomandazioni dei pediatri americani, per i bambini ad alto rischio di allergia alle arachidi perché hanno già una dermatite atopica moderata o grave o un’allergia all’uovo documentata può avere senso l’introduzione precoce delle arachidi stesse per ridurre il rischio di sviluppare l’allergia anche a questo alimento.

“Ma attenzione – afferma D’Auria – servono alcune cautele. Primo: bisogna verificare con un Prick test che il bambino non sia già sensibile alle arachidi. Secondo, bisogna proporgliele in modo sicuro: non intere o a pezzetti (per via dell’elevato rischio di soffocamento), ma sotto forma di farine o di creme spalmabili (il famoso burro d’arachidi)”.

Va detto tuttavia che tanta attenzione alle arachidi è frutto di un contesto particolare come quello inglese e americano, dove l’allergia alle arachidi è molto diffusa (da noi invece è rara, mentre l’allergia alimentare più frequente nei bambini è quella all’uovo) e sono molto diffusi anche alcuni alimenti a base di arachidi come il burro. Da noi si tratta sicuramente di un problema meno sentito.

 

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