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Alle origini del Decibel, minuto per minuto

Quando esce un album di inediti è sempre una festa, anche se gli inediti sono scappati dagli archivi e usciti in maniera che i collezionisti chiamano “in bootleg”: è quello che è accaduto ai Decibel con Decibel Unveiled. Riscopriamo questa chicca pubblicata nel 2014, che riporta alla luce tesori del 1978.

Le band, piccole, grandi o stellari, si uniscono e hanno longevità per i seguenti quattro motivi: la voglia di suonare, la capacità creativa, l’unione d’intenti, l’affinità ultra-sensoriale fra gli elementi. Se uno di questi requisiti del successo viene meno, la band appassisce a prescindere dalla robustezza della propria corteccia che può solo frenare il fenomeno, ma non arrestarlo. I Decibel, in sostanza, sono due band: la prima pubblica un album storico del rock italiano (leggasi punk) perdendo uno dei punti di cui sopra, ma poi ha la sua rinascita con la lineup stravolta con Enrico Ruggeri a portare nel nuovo costrutto il DNA Decibel degli anni Settanta. Nascono così i Decibel di stampo new wave, trasformazione che diverse punk band ebbero agli inizi degli anni Ottanta.

@Roberto Turatti

Con questo articolo parleremo soprattutto del CD che ha risvegliato l’interesse per questa band e per il primo nucleo della stessa, quello più riottoso che ne precedette la metamorfosi dopo il primo album, la prima formazione, ossia un agglomerato di personalità che senza troppi fronzoli vomitava parole contro il sistema e i luoghi comuni, opponendosi all’Italia moralista e bigotta dell’epoca. Sarà una rapida narrazione della loro storia, partendo dal loro primo disco, Punk.

I Decibel che sono nel CD Unveiled sono la formazione originale che ebbe la propria germogliazione negli anni di frequentazione del liceo da parte dei propri componenti. Correva l’anno 1977, quando tre studenti, amici di strada, si unirono in formazione con il nome di Trifoglio, che con l’arrivo di Enrico Ruggeri alla voce, rientrato da Londra, dove lavoricchiò scoprendo il punk, divennero i Decibel, con il nome ispiratogli da un testo dei Mott the Hoople. La formazione oltre a Ruggeri vede Pino Mancini alla chitarra, Roberto Turatti alla batteria ed Erri Longhin al basso.

L’inizio rissoso: “Punk in abito nero, il concerto è sospeso” (cit.)

A garantire alla band un contratto discografico contribuì l’epilogo del loro primo concerto-non concerto che “si tenne-non si tenne” al “Piccola Broadway” di Milano in Corso Buenos Aires.

In quei giorni del 1977 — era il 4 di ottobre, in un periodo molto burrascoso per la società italiana, cronicamente sempre divisa in due fronti à la guelfi e ghibellini — la capillare propaganda di volantinaggio portò al club tre centinaia circa di punk della “Lombardei”, con i quali si scontrò il corteo antifascista di Autonomia Operaia proveniente dal Leoncavallo. Fu la prima volta che si sarebbe parlato di punk in Italia.

Erano gli anni di band come i Krisma, unici ad esprimere un proto-punk. Poi arrivarono i Decibel, veri punk che furono, agli albori del fenomeno in Italia, subito etichettati come fascisti nonostante non si fossero mai schierati politicamente. Nelle parole di Turatti e di Mancini, a fine articolo, ripercorreremo anche quest’episodio originale del concerto che non si tenne e la band, come fosse la ciurma di Peter Pan, rimase a guardare dall’alto le orde convenute darsele di santa ragione. La stampa (Alfredo Venturi – NdA), scrisse in grassetto “Punk in abito nero, il concerto è sospeso”, sottotitolo “Gruppi di sinistra giovanile sostengono: sono dei sanbabilini travestiti che adesso vogliono imitare la moda inglese”; Radio Popolare, notoriamente di sinistra, accese dibattiti su chi fossero i punk e chi fossero i Decibel: la vigilanza delle associazioni di sinistra era a quei tempi molto agguerrita verso eventuali ricadute fasciste del paese. Si aprirono discussioni su chi fossero i punk, elaborando tre diverse visioni:

La prima dava per certo che i punk fossero fascisti perché la loro musica veniva trasmessa da Radio University che secondo il popolo di sinistra era notoriamente di destra.La seconda tesi, riportata anche sull’articolo di Alfredo Venturi dell’epoca, pubblicato sul Corriere della Sera, è la dichiarazione dell’allora ventenne Enrico Ruggeri che riporto integralmente: «siamo letteralmente allibiti, il nostro è un gruppo di proletari che suonano per passione; dappertutto, in Inghilterra come in America, e come adesso a Milano, il punk-rock esprime una rabbia di emarginati. Noi non abbiamo niente a che vedere con quei fighetti che vestono da Fiorucci, anche se vestiamo di nero, ma questo non è che un rituale».La terza ipotesi è la più distensiva, viene dalla sinistra giovanile che vedeva il punk come un fenomeno ambiguo ma sempre di protesta e auspicava il non demonizzarlo per evitare l’effettiva deriva del neonato movimento rock verso il fascismo.

L’articolo si chiude con una frase che cela la natura vera del punk, ossia l’essere un “fenomeno musicale limitato ma che genera tensione proprio per la difficoltà nel capirlo”. Lo stesso Ruggeri racconta l’anno scorso in un intervista su Rock.it a Gabriele Ferraresi di quel periodo: «Era assurdo. Fantascienza. I punk non si sapeva cosa fossero, tieni conto che tre anni prima era stato interrotto a sassate il concerto di Lou Reed al Lido, dando a Lou Reed del fascista, lui ebreo tra l’altro, perché si vestiva di nero e aveva i capelli corti. Io e Fulvio (Muzio – NdA) eravamo in classe insieme al liceo, ma la nostra amicizia ha assunto i connotati del patto di sangue quando ci siamo detti sottovoce “Ma anche a te gli Inti Illimani fanno cagare?”. Era una frase che detta ad alta voce ci avrebbe fatto rischiare la vita: in questo scenario, quando arrivano i punk, col giubbotto nero, vestiti di nero, che non fanno politica, sembravano di destra. Solo un anno dopo era chiaro a tutti che erano dei proletari arrabbiati».

Dopo il clamore mediatico susseguente alla sommossa, l’etichetta “Spaghetti Records” di Shel Shapiro (frontman dei Rokes – NdA), Alessandro Colombini e Silvio Crippa (in seguito primo manager del Ruggeri solista – NdA), mise sotto contratto la band milanese, la quale incise l’album di debutto Punk: il loro verbo critico, cinico e blasfemo era in etere, almeno così credevano. Altra stranezza che lasciò l’amaro in bocca ai protagonisti fu il fatto che ai quattro autori all’epoca non fu consigliato di iscriversi e quindi si videro firmare i pezzi da altri: i mondo dello Show Biz è a volte molto particolare. Il disco vendette, ma ebbe comunque una pessima promozione e distribuzione facendone un disco di culto e da collezione. La band dal canto suo crebbe in popolarità passando per rissosa e facinorosa; il loro logo non lasciava tanto all’immaginazione: essendo ‘db’ la nomenklatura per indicare i decibel, l’accostamento delle due lettere finì per produrre un simbolo fallico col quale vennero tappezzati gli amplificatori e le pelli della batteria. Tale logo è in bella vista anche sulla cover dell’album d’esordio, che vede un pugno armato sfondare una vetrina coperta di adesivi politici, bandiere e figurine di cantanti ‘à la mode’ come Beatles e Bob Dylan, mandando così in frantumi tutte ideologie e i gusti del passato.

I temi dell’album Punk, dalle sessioni del quale scaturirono anche le tracce di Unveiled che ne mantengono l’alone critico anti-sociale, vanno dall’omicidio, al femminismo, passando per la critica nei confronti dei mass-media, le droghe lisergiche o del culto delle Star, ossia nell’emulazione delle stesse, anche quando tale approccio diventa tossico, come accaduto due anni dopo con l’uccisione di John Lennon, già icona in vita, da parte di un fan squilibrato. La band si vide censurato il testo della traccia Paparock ancor prima di averla pubblicata: nel disco d’esordio, infatti, è presente in versione snaturata con la voce totalmente mancante. Da come si può leggere qui di seguito, per essere il 1977, il testo è abbastanza irriverente: i Decibel non diluirono il punk, ma lo espressero nel vero senso, quello provocatorio “critico-insurrezionalista”, e dal vivo erano soliti cantarla senza censura.

Una messa qua / Una messa là / Tu preghi
Di Cristo sei l’erede / Ai dogmi della fede / Credi
Un esempio di bontà / Per tutta la cristianità / Peccatori siamo noi / Cosa vuoi
E se siamo giù / Benedici con la mano / Ma tu fai affari / È un’industria il Vaticano
Più bugiarda di così / Resta solo la DC / Peccatori siamo noi / Tu cosa vuoi
In adorazione / Tanta gente ad un balcone / Un’altra volta
E l’ispirazione / Per gestire la religione / È stata tolta
Contro chi è in errore / Sei tu il bastone / Sei la guida
Perché altrimenti Dio / Di ciò che sento io / Non si fida
Meno male ci sei tu / Che ci parlerai in tivù / Peccatori siamo noi

Come autori del loro album d’esordio sono citati i Dik Dik perché gli allora membri dei Decibel non erano iscritti alla SIAE: lo stesso Ruggeri si iscriverà alla società di tutela dei diritti d’autore solo nel 1979, quando si era già in procinto di pubblicare un ulteriore album con una lineup diversa, con Silvio Capeccia alle tastiere, Fulvio Muzio alla chitarra ed alle tastiere, Mario Riboni al basso e Tommy Mianazzi alla batteria. La band, rimaneggiata pesantemente, cambiò stile musicale divenendo new wave, abbandonando le sonorità di matrice chitarristica dando spazio alle tastiere. Qui il testo della prima canzone, Figli di…

Non c’è più posto per dei nuovi eroi,
non c’è più gusto: siamo soli, noi,
la generazione della frustrazione,
la generazione dell’alienazione,
non dobbiamo niente, non dobbiamo niente a voi,
non vogliamo niente, i bastardi siete voi.

Siamo i figli di chi lavora per voi,
siamo i figli di chi si fa i fatti suoi,
siamo i figli di chi si legge “Il corriere”,
noi siamo i figli, siamo i figli di chi,
serve questo potere.

 Non vogliamo niente, siamo il tuo prodotto,
non vogliamo niente, l’ingranaggio è rotto,
non vogliamo niente, ci hai creato tu,
non torniamo indietro più.

Enrico Ruggeri nel 2004 incise nuovamente buona parte dei pezzi di Punk, con l’eccezione di Col dito… col dito, Il Leader e Paparock, con i suoi musicisti, e per vedere ristampata la versione originale (sempre e soltanto in vinile) bisognerà aspettare il 2017, quando fu inclusa nel cofanetto dei Decibel Noblesse Oblige, in mille copie soltanto, in seguito al ritrovamento del master che si credeva perduto.

In fondo allo scaffale i nastri…

Per gli italo-punk la sorpresa arriva nel 2016, quando finalmente i cultori del genere videro l’uscita di quello che è un bootleg fedele all’originale, anzi, ancora migliore: un bootleg di inediti mai incisi. Le tracce master sono transitate dalle mani di un “affiliato” alle mani di un produttore fan accanito, Enrico Fertini, che in collaborazione con lo Studio Revox sforna Decibel Unveiled, dopo aver restaurato i file da nastro magnetico dell’epoca a digitale. Decisamente un ottimo lavoro, anche perché lo studio è specializzato in recupero nastri e registratori ReVox, Studer e Hi-Fi in generale.Stampato in 200 copie, la distribuzione sull’aftermarket fu interrotta dietro consiglio di affiliati per non urtare i possessori dei diritti. Il bootleg fu venduto quindi per breve tempo nei meandri del collezionismo punk/rock italico: è ormai anch’esso, come il primo LP, una rarità assodata. La donna che tu vuoi, Mano Armata, Pernod, Tecnologia, Credi, Ancora un po’, sono la quintessenza di quel periodo d’irriverenza musicale poco velata, anzi svelata, pertanto “unveiled”.

In apertura troviamo La donna che tu vuoi, un pezzo teenager leggermente sarcastico sul femminismo; segue Mano Armata, che con la nuova lineup mantiene solo il titolo: questa è la prima versione con testo e musica differente. Pernod, invece, apparirà con lo stesso testo ma con musica differente nel primo disco dei “nuovi” Decibel, Vivo da Re, del 1980. Tecnologia, dal testo interessante, si evolverà in un pezzo chiamato Supermarket incluso anch’esso nell’album Vivo da Re, con testo, tematica e musica però differenti.

Arriviamo ad un pezzo molto grezzo, anche dal punto di vista del cantato che sembra quasi una linea guida per essere poi rielaborato: si tratta di Credi, dal testo critico nei confronti degli impiegati amanti della movida disco/pop. Nel 1979 uscirà Indigestione disko, lato A del succitato singolo con Mano armata sul lato B, nella quale il tema critico viene riproposto. Chiude il cd Ancora un po’, pezzo melodico, bozza di quella che sarà l’agire melodico del futuro Ruggeri solista. Un disco che congela, ma anche sprigiona vivamente il sound di una ottima heavy band, espressione del punk italiano che ammicca alle sonorità newyorkesi e, perché no, ai fraseggi di quell’heavy rock britannico, suonato in quegli stessi anni da tantissime band o proto-band, alcune delle quali diventeranno icone mondiali, quali i Maiden, i Saxon, gli Scorpions. I Decibel di primo pelo avevano quel genere di approccio sonoro, il tutto primo della metamorfosi in quel sound new wave caratteristico della seconda lineup. E la stessa voce decadente di Ruggeri, dal tono irriverente-osceno, a volte, porta l’ascoltatore ad accostare il loro sound al Lou Reed più tenebroso, anche lamentoso.

I Decibel ci raccontano…

Sentiamo le testimonianze dirette del primo quarto dei Decibel originali, il batterista mancino Roberto Turatti, nome poi diventato molto noto nel jazz-set della disco music italiana.

Ciao Roberto, cosa avvenne realmente al “Piccola Broadway”?
Proprio per quello ti faccio un grosso regalo, ti mando una cosa clamorosa, un articolo sul live al “Piccola Broadway”, articolo che è uscito tre giorni dopo il “concerto”, che proprio racconta quello che è successo quel giorno lì.

È stato come fosse un esperimento sociale…
Noi a quel concerto… mio fratello che era del comitato studentesco ci disse: «Non andate giù che vengono quelli del Leoncavallo e vogliono spaccare tutto». Quindi io dalla finestra di un mio amico che abitava proprio sopra la discoteca, dal terrazzo, ho visto tutto.

Non avete suonato, la cosa è finita, la sommossa ha rovinato la festa.
Non abbiamo portato giù neanche gli strumenti, perché io avevo la batteria nuova, la Ludwig, se me la distruggevano…

Sei un batterista mancino, ora ti chiedo che Ludwig avevi?
Avevo una madreperla con rullante, due Tom, un timpano: una composizione classica.

Rullante in acciaio Supraphonic…
Sì, avevo due rullanti, uno più basso e uno più alto. Perché prima avevo una Hollywood (Meazzi, brand italiano molto apprezzato a livello internazionale. NdA), poi presi la Ludwig: visto che i miei (membri della Band – NdA) avevano tutti Marshall, le Gibson Les Paul, il basso figo, ho detto “cazzo, devo avere anch’io una batteria più bella!”.

Ti sei americanizzato anche tu…
(Ride di gusto) sì.

Anche le Hollywood Meazzi erano batterie di tutto rispetto, a meno che tu non abbia avuto una in legno; ne facevano alcune di cartone, tipo le entry level.
Ne avevo una in legno, con duemila Tom, duemila timpani, duemila piatti, però alla fine ho trovato l’occasione di prendere questa Ludwig e l’ho presa.

Con che piatti suonavi?
Zildjian e Paiste.

Invece in studio come vi approcciavate, facevate delle prese dirette proprio per la registrazione finale dei pezzi e non delle demo, facevate a tracce come facevano quelli bravi o facevate direttamente in presa diretta come quelli bravissimi?
Allora, se vuoi ti racconto tutto, l’LP che abbiamo registrato, che dovevamo registrare in una settimana, al Castello di Carimate: figurati, era il più bello studio che c’era in Italia, con il fonico Ezio De Rosa; praticamente le batterie (tracce isolate – NdA) non riuscivo a farle perché essendo un autodidatta non avevo fatto pratica con il click.

Come hai iniziato a suonare?
Ho iniziato suonando dietro ai Led Zeppelin, ai Deep Purple, ai Gentle Giant e altri, poi mi mettevo giù, facevo i miei paradigmi, le mie cose, molto autodidatta, anche se suonavo sei sette ore al giorno, non ero andato a lezione da uno che mi diceva come suonare con il metronomo. Quando iniziammo mi misero il click ma non mi piaceva. Poi qualcuno propose un turnista, però noi ci ribellammo, dicemmo che eravamo un gruppo…

Lo fecero con Ringo Starr con il loro primo singolo…
(Ride) non esisteva. Alla fine gli feci la proposta: facciamo il tentativo di suonare tutti insieme, dato che lo studio era grande hanno messo Enrico (Ruggeri – NdA), fra le due porte fra lo studio e la sala regia, molto lontano, in mezzo ci stava il microfono, la batteria è stata messa dietro a dei pannelli, quindi da sola. L’amplificatore del basso l’hanno messo in un angolo, la chitarra altrove: morale, alla prima abbiamo fatto tutti i pezzi, registrati. Perché io con gli altri, cazzo, avevo una resa diversa.

Perché c’è quella sinergia fra musicisti, tanti pezzi storici sono stati fatti così, l’avete fatta reale.
Infatti noi abbiamo fatto, la base con basso, chitarra e batteria, poi gli overdubs (sovraincisioni – NdA) delle chitarre, dopo però la registrazione era in presa diretta, la voce andava rifatta magari ma era fatta.

Un pochino di post-produzione c’è sempre.
Assolutamente.

A che età hai iniziato, l’idea come ti è venuta?
Prima suonavo la chitarra attorno al fuoco, così. Dopo, dato che non mi sentivo di diventare un chitarrista ma mi piaceva la batteria, iniziai a suonarla con degli amici. Quando mi trasferii da centro Milano, Via crocefisso, verso Piazza Lima, li incontrai, questi amici: uno che aveva la farmacia che si dilettava con le tastiere, ma ti parlo dell’età di quattordici anni, un altro suonava la chitarra, l’altro il basso, e io iniziai ad imparare a suonare la batteria. All’oratorio mettemmo su il primo gruppo che si chiamava “Prognosi riservata”, e sì, suonavamo sotto la farmacia, quindi prognosi riservata (ride). Facevamo le canzoni de Le Orme, tutto quel prog italiano lì, e poi conobbi in Via Eustachi, verso Piazza Loreto, Pino Mancini e Erri Longhin.

Come vi siete trovati?
Ci conoscemmo iniziammo in tre, poi nel 1976 arrivò Enrico, non avevamo il cantante, suonavamo in cantina da me e abbiamo messo un annuncio da New Kary (noto negozio di dischi dell’epoca con dischi d’importazione a Milano in via Torino, dove si ritrovavano i Punk, poco distante dal centro sociale Santa Marta – NdA), e dopo qualche giorno mi telefonò Enrico e venne a fare il provino e si presentò con Silvio Capeccia, il tastierista, con cui iniziammo assieme, ma noi volevamo fare un rock più duro e siamo rimasti in quattro, i Decibel. Nacque tutto da una bacheca dove tutti noi di Milano mettevamo degli annunci, “cercasi bassista”, “cercasi cantante”: adesso c’è la bacheca di Facebook, ai tempi la bacheca nei negozi.

Fertini che ha ritrovato i nastri merita una medaglia al valore punk, facendoli poi equalizzare al Revox Studio di Giovambattista Currado che ha fatto un lavoro di recupero molto significativo. Il sound è veramente possente: con che tecnica di registrazione vi siete approcciati? Anche ai tempi di Carimate, quanti microfoni avevi sul Kit?
Nello studio del Castello di Carimate, con Ezio De Rosa la batteria era tutta microfonata, credo fossero gli Shure dell’epoca, classici, anche dal vivo; con il nostro impianto Lombardi andavamo a fare concerti, avevo sempre un microfono in mezzo per i due Tom, uno sul timpano, uno solo sul rullante, perché non avevo tanti canali a disposizione, il panoramico fra i piatti con quello sulla cassa, con cinque microfoni registravamo tutta la batteria.

Quando avete registrato le tracce riscoperte?
Siamo andati in studio, e abbiamo registrato i provini per quello che doveva essere il secondo album.

La canzone Paparock censurata, anticlericale, sarebbe bello riproporla non censurata: erano gli anni di Wojtyla, come avvenne la censura?
Beh, lì ci siamo un pochino confrontati e ci siamo autocensurati perché ai quei tempi non potevi mettere… adesso non ci sarebbero stati problemi.

Poi nella vita hai fatto tanto, hai prodotto addentrandoti nei nuovi suoni, sei uno dei padri della disco italiana.
Ti racconto: il giorno che ho iniziato a fare il disco dei Decibel, quel giorno stesso stavo per essere assunto alla provincia di Milano. Ne parlai in famiglia e riuscii a scivolare in graduatoria di assunzione di un anno e decisi di provare con i Decibel, non avendo guadagnato nulla in un anno per via di discorsi contrattuali, andai a lavorare. Ho lasciato per quello, perché era vero che giravamo anche come supporters ma non avevamo guadagnato niente. Il disco era rimasto 27 settimane in classifica su Sorrisi e Canzoni ma aveva venduto poche copie. Andai via non perché avessimo litigato.

Purtroppo i gruppi che hanno guadagnato subito con il primo album li puoi contare neanche su una mano. Contratti criptici.
Non abbiamo neanche firmato i nostri pezzi. Anche i pezzi del bootleg. È andata così e non è un problema. Poi mi sono iscritto alla SIAE quando ho cominciato a incidere i pezzi da discoteca.

Roberto Turatti

Com’è nata quella nuova via?
Nel ’78, ’79 ho cominciato a frequentare le discoteche ho imparato a fare il dj dal dj del locale, lui contento perché gli portavo in discoteca la Roland 808 il TB303 che poi è il bass line, e facevo delle sequenze al bass line e alla batteria, e mettevo su nastri di lezioni di inglese o di tedesco e facevo rap senza rendermene conto. Mandavo la base di batteria più gli squenzer che io creavo e sopra mettevo: “The Pen is on the Table, The Pen, The Pen, The Pen…” (accenno di canticchiato rap – NdA), facevo così e la gente mi chiedeva “ma che disco è?”, e dicevo “non è un disco, è una cosa che faccio io”.

Un laboratorio dal vivo.
Io facevo così per divertirmi, poi da una sequenza così è nato il primo disco di Den Harrow (To meet me, singolo con disco – NdA) e con Miki Chieregato abbiamo cominciato poi a fare i produttori… a scrivere musica, a fare pezzi da discoteca ed è andata bene, abbiamo lavorato su Tom Hooker, poi arrivò The children (P.Lion aka Pietro Paolo Pelandi –  la canzone iniziale di Pelandri fu elaborata con la cura della stesura e il mix finale dai produttori Turatti-Chieregato – NdA), poi Papa don’t preach (versione di Alisha originariamente di Madonna – NdA), Siamo donne della Salerno con Jo Squillo, poi mi misi con Mario Natale, anche Francesco Salvi, il bello è che ho centoquaranta sempreverdi…

Jo Squillo, Turatti e Sabrina Salerno

 Meraviglioso.
Sembra chissà che, ma di SIAE prendo pochissimo.

Ma voi autori dovreste portare avanti una forma di rimostranza nei riguardi di tale esigua quantità.
Il discorso è che ci sono gli editori, eccetera… non è così semplice.

Chiudiamo con questa: dove arriverà la musica, secondo te?
Non lo so, so solo che c’è poca cultura nei ragazzi oggigiorno, dovrebbero capire di più da dove arriva la musica più che altro, quando fanno un pezzo dance, che esiste il funky, che esiste gente che negli anni settanta lo faceva, il rock che parte dal prog, insomma tante cose che purtroppo i giovani di oggi non tutti sanno, ma dove arriverà la musica non posso saperlo; purtroppo oggi non si vendono più dischi, c’è lo streaming, la musica viene bruciata ad una velocità estrema, perché uno si fa la sua playlist, se l’ascolta un attimo, poi si rompe, c’è poca affezione, cambia la playlist e i brani durano poco. C’è poca affezione all’artista, è raro che uno si compri tutti gli album dell’artista, ma la gente è più legata ai brani del momento. Spero che la musica un poco si raddrizzi, almeno come cultura, che i ragazzi… ma non è neanche colpa loro, è colpa nostra, le radio trasmettono tutte le stesse canzoni, fanno poca storia, spiegano poco, dei brani, non è come una volta, oggi puoi sapere tutto perché vai su internet, puoi sapere tutto ma i ragazzi non ci vanno perché nessuno li veicola!

Una chiacchierata con Pino Mancini

Durante la scrittura di questo articolo ho avuto modo di sentire anche Pino Mancini: ecco la nostra chiacchierata.

Ciao Pino, grazie per il tempo che ci concedi. Iniziamo dal giorno in cui in Italia si cominciò a leggere il nome Decibel: il giorno al “Piccola Broadway” come l’hai vissuto?
Noi volevamo suonare ma ce l’hanno impedito (i contestatori – NdA), non siamo neanche arrivati sul posto, e abbiamo deciso di non partecipare, era impossibile, hanno detto no e così fu.

Si è visto come ha reagito la popolazione più estrema al fenomeno del punk.
Sì, esatto, hanno reagito in questa maniera dicendo “no, il concerto non lo fate”.

Vi hanno rovinato la festa ma vi hanno dato una l’occasione….
Una bella occasione, altro che rovinato la festa, è stato un bel trampolino di lancio.

Che chitarra avevi? Ho visto in foto una bella Gibson.
Les Paul Custom, la mia preferita tutt’ora… nel’68 me la regalarono a Natale, avevo dieci anni, e ho fatto alla svelta ad imparare, poi nel ’73-’74, la prima elettrica che era una Fender, poi nel ’76 la Gibson Les Paul elettrica, che non ho mai più lasciato.

 Suoni ancora?
Non ho tempo per via della mia attività (ristorazione – NdA), ogni tanto quando mi ricordo (Ride – NdA). Nel 2017 ho fatto qualcosa con Enrico Ruggeri, ma non mi è facile per via del lavoro che faccio, se capita di lunedì ce la faccio, altrimenti no, come si fa con un’attività alle spalle, dovrò aspettare la pensione, l’anno prossimo ne riparliamo.

La versione 2017 di Pernod viene chiusa con un tuo assolo dal quale si percepisce il tuo divertirti.
Sì, mi sono divertito dopo quasi quarant’anni.

 Le tue ispirazioni musicali quali sono state?
Modelli italiani niente, all’epoca seguivo i modelli americani, potevano essere i Van Halen, potevano essere i Boston. Era difficile in Italia eseguire quel tipo di musica, dopo un po’ ho lasciato stare e non ho seguito più la corrente italiana.

Nel registrare Punk e i pezzi inediti come ti sei trovato?
È stato molto divertente e per niente faticoso, almeno da parte mia.

A mente serena.
Serenissima, mi sono proprio divertito, mi hanno fatto fare cose impossibili, devo dire che mi sono divertito.

Il suono della tua chitarra sui nastri è veramente bello.
Si parla di quarant’anni fa, è stato una bella svolta.

Hai un sound da british heavy metal.
Hai detto bene: se attacchi una Les Paul ad un Marshall, quello è il suono.

Tu hai suonato in un periodo in cui il rock si stava trasformando dalla matrice blues ai suoni più heavy, punk.
Da quando ho iniziato da ragazzino con la prima chitarra, dopo 3-4 anni sono passato ai Deep Purple direttamente. Nel ’73 studiavo quelli.

Poi siete diventati dei cattivissimi punkers (ridiamo).
Sì, era un periodo che abbiamo provato e la storia la conosci.

Invece la musica dove arriverà?
Eh… guarda, io non seguo, faccio un po’ fatica a riconoscere qualcosa di piacevole per me, la faccio seguire ai giovani. Non è per me.

Siete stati sempre molto critici verso il sistema, com’è giusto che sia quando si è un rocker, con brani come Paparock anche verso la chiesa, poi avete preso di mira chi ha il posto fisso. Insomma, ce l’avevate un po’ con tutti.
Com’è giusto che sia, a vent’anni; è giusto così.

I testi li curava Ruggeri.
Sì, dei testi si occupava Enrico per il 95%, il rimanente ce lo metteva il bassista Longhin, io mi occupavo solo della musica.

Condividevate le tematiche?
Certamente, anche se se ne occupavano più loro, io seguivo la stesura della musica.

I ricordi di Enrico Fertini

Non si può chiudere questo articolo senza sentire la testimonianza dell’artefice del ritrovamento dei nastri che hanno messo un altro tassello nel mondo del punk italiano, Enrico Fertini.

Cosa ti ha spinto a ridare vigore a queste tracce scovate?
Seguo Ruggeri da metà anni ’80, quando portava sul palco la sua anima rock. Avevo ricordi di quando cantava Contessa con i Decibel al Festival di Sanremo nel 1980. Ebbi la fortuna di comprare il loro primo LP in un mercatino locale per sole 100.000 lire. L’album era qualcosa di mai sentito, era punk nelle sue origini. Negli anni a venire incontrai Enrico più volte, mi firmò la mia copia di  Punk ad una festa privata per pochi fans ed amici, nel novembre 2014, e in quell’occasione incontrai anche Roberto Turatti e Pino Mancini. Da quel momento nacque un’amicizia con questi ultimi, e tra racconti di vita e di musica di tempi andati, mi confidarono che i primi Decibel avevano registrato ulteriori tracce per un secondo album, che però non fu mai realizzato per tensioni tra i membri del gruppo (che avevano motivazioni artistiche diverse) e la casa discografica Spaghetti (poi Wiz Music Srl/Pirames International, passando per RCA e poi ancora Wiz Records). 

La mia curiosità di fan e collezionista mi spinse a convincere Pino e Roberto a regalarmi la famosa musicassetta con le nuove canzoni. E la voglia di diffondere queste perle che mai avevano visto la luce e che meritavano di fare parte del bagaglio musicale dei fans di Enrico Ruggeri e dei Decibel, mi spinsero a pubblicarle sotto forma di bootleg. Sapevo che avrei rischiato di ledere gli eventuali diritti d’autore dei brani, ma ero convinto che la mia buona fede e l’aiuto dei fans avrebbero potuto facilitare in tale impresa. E così è stato: solo poche centinaia di copie hanno visto la luce, le foto di copertina e retro sono state concesse da Roberto stesso, i crediti e i ringraziamenti sono sinceri verso le persone che avevano creduto in questo progetto al tempo.

Raccontaci della fase di restauro.
Il nastro non era suonato da 40 anni ed erano evidenti normali segni di usura del supporto magnetico. Il lavoro di restauro e remastering (compresa riduzione del rumore di fondo e fastidioso hiss) è stato fatto dall’amico Giovambattista Currado e dal suo laboratorio Revox nei primi mesi del 2016 . Beh, il risultato finale rispecchia la qualità delle tracce originali, ed in alcuni tratti è addirittura superiore, considerato l’età dei brani. Una freschezza risultante in una nuova giovinezza dei brani che sembrano stati suonati e registrati ai giorni nostri, e non nel novembre 1978. Ora la musicassetta originale e il master sono nelle mani di un collezionista amico, che le tratterà come reliquie nella sua collezione ruggeriana privata.

In questo excursus abbiamo visto come un genere di musica nuova sconcertò l’opinione pubblica italiana, non solo per l’attitudine riottosa dei musicisti stessi, per l’aspetto e per i loro modi, ma anche perché fraintesi proprio da quelle frange politiche/sociali di sinistra che in futuro troveranno proprio nel punk, ma non solo, la propria valvola di sfogo. Lo stesso Ruggeri, in una recente intervista rilasciata a Vinyl (articolo di Donati e Ventura, 2019), si esprime così sulla confusione che regnava specialmente nella sinistra dell’epoca che accusava il punk di essere un’espressione fascista: «(…) Comunque ti muovevi, rischiavi randellate (…); la sinistra era monolitica e omofoba (…) i dischi di Bowie erano visti con sospetto perché la sua immagine non corrispondeva al cliché del cantautore con la camicia a quadri e la barba (…); dal 1980 in poi, il punk è diventato la musica dei centri sociali… i gruppi della Cramps e della Great Complotto da cui sono emersi i Litfiba, i Cafè Caracas, i Moda, i DeNovo i CCCP, che sono diventati più famosi di tutti».

I Decibel cattivi si trasformarono in Decibel buoni con un rimpasto della lineup arrivando a Sanremo con annesso malumore montante di una parte del loro pubblico, come lo stesso Ruggeri dice nella stessa intervista di cui sopra: «Andare a Sanremo è stata a svolta che volevo a tutti i costi (…) lo avevano proposto anche agli Skiantos che poi nelle fasi di selezione furono scartati. Loro hanno così potuto continuare a sputare sull’establishment, noi invece siamo passati dall’altra parte».

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