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Cento anni dopo il felice ritorno della “Frau ohne schatten” alla Wiener Statsoper

Cento anni fa (in ottobre) Die Frau ohne Schatten debuttava alla Wiener Staatsoper: il teatro di stato viennese ha pensato bene di riproporre un allestimento dell’opera, scelta gratificata da successo significativo, se si considera che il lavoro non è certo tra quelli di più facile impatto del suo autore, e se si misurano le ovazioni con le quali sono state accolte soprattutto le interpreti femminili principali e il direttore, Christian Thielemann. 

Ma andiamo con ordine: Die Frau ohne Schatten rappresenta la quarta tappa della collaborazione Strauss-Hoffmansthal, dopo un’ammirevole e compatta rilettura del tragico antico, un capolavoro di commedia psicologico-filosofica, e un titolo – la cui composizione è in parte parallela a quest’opera – ricombinante questi elementi in un contesto meta-teatrale. Che la coppia stavolta volesse tentare senza mezzi termini il monumento e usare il ‘pennello grande’, quanto a temi drammatici e complessità musicale, non dovrebbe dunque sorprendere: la fabula è un tessuto intricato di svariati motivi spiritualisti, declinati in forme che la parola librettistica indirizza in molteplici direzioni, dal visionario verso il concettoso, dal colloquiale verso l’estetizzante. A volerlo sintetizzare, l’intreccio potrebbe risolversi nell’ansia più o meno inappagata di gran parte dei personaggi: l’Imperatore, che scorge nell’amata una dimensione sovrannaturale e trascendente; l’Imperatrice, che al contrario desidera completare con una piena fertilità e corporeità (l’ombra) la sua natura umana; la Donna del tintore, insoddisfatta dell’ordinaria e irrisolta vita ‘borghese’; la Nutrice, che – investita di una missione trascendentale – è però costretta a compierla nella disprezzata immanenza umana. Al di sotto di tale rete agiscono “forze superiori” (tra l’oscuro e il benefico, vedi Die Zauberflöte… ) che si manifestano episodicamente in scena sotto forma di messaggeri o elementi magici, in partitura come materiali eterogenei – il richiamo del Falco – e di regola dissonanti, e nel libretto in una selva ubriacante di simboli e filosofemi. L’impressione di un sovraccarico d’informazione è forte, così come quella di rinvii prismatici ad intertesti autorevoli che la drammaturgia vuole comunque riformulare e ibridare: su tutti, quello wagneriano della convergenza tra sfera umana-nibelungica e divina. Va anche considerato che la genesi di Die Frau ohne Schatten si attua interamente nella prima metà del decennio-1910, ovvero in una fase in cui il fantastico-simbolico, nelle sue vesti più accese e perfino demoniache, era all’apice della fortuna.

Il merito dell’allestimento diretto da Vincent Huguet è stato, dopotutto, quello di non aver esagerato ulteriormente l’intricato testo: con l’eccezione delle stazioni iniziali – pro-locutorie – di primo e terzo atto, le scene si rifanno a due situazioni-base, ovvero il mondo umano della casa del tintore virata al blu, e la soglia per il mondo superiore al bruno/nero, con alcuni costumi a staccarsi dalla formula (il rosso dell’Imperatrice, il verde dell’Imperatore) e altri elementi cromatici a variarla. In una partitura così complessa, stratificata, con piani timbrici e tematici diversificati, la direzione di Thielemann è apparsa ammirevole, soprattutto nell’aver distribuito e illimpidito i pesi fonici in modo da ottenere insieme chiarezza e fusione, corposità sonora ed equilibrio con le voci. La vocalità dei personaggi principali, soprattutto quelli femminili, quasi sempre in scena e cimentati in profili intervallari impervi (ma non va sottaciuto l’impegno che richiede all’Imperatore la scena solistica del 2° atto), richiedeva interpreti di alto rango: e tali si sono confermati Camilla Nylund (Imperatrice), Evelyn Herlitzius (Nutrice), Nina Stemme (la moglie del Tintore), Wolfgang Koch (Barak il Tintore) e Stephen Gould (Imperatore); inappuntabili anche gli altri.

Sala piena, e pubblico osannante, senza alcuna defezione negli intervalli d’atto.

            

 

 

 

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