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In 5 anni spariti dai banchi di scuola un alunno su 10 nella scuola dell’infanzia e uno su 12 nella primaria

Serve un “Piano Marshall” per la natalità che salvi la scuola.
Intanto il decremento scolare sta arrivando alla scuola secondaria. L’analisi di Tuttoscuola.

Meno bambini nascono, più aule scolastiche si svuotano. La natalità è in costante decremento e in una prospettiva che sembra irreversibile. Da alcuni anni, addirittura, sono stati registrati livelli minimi del numero di nascite inferiori a tutti quelli che vi sono stati dall’unità d’Italia in poi.  

Alle culle vuote di ieri e di oggi, corrispondono i banchi vuoti di oggi e di domani, i posti di lavoro non occupati di domani, la mancata ricchezza del futuro di un Paese che, invecchiando, disporrà sempre meno di risorse per contribuire al sostegno di una popolazione anziana. Tuttoscuola ha provato ad analizzare la situazione nei vari cicli di istruzione, dalla scuola dell’Infanzia al quella secondaria di secondo grado con riferimento a quanto avvenuto nelle scuole statali nell’ultimo quinquennio, dal 2014-15 al 2018-19.

Il ministro dell’istruzione Bussetti ha fornito un quadro preoccupante (ma apparentemente non troppo preoccupato) degli effetti della denatalità che sta investendo ormai i livelli di scolarità: a settembre saranno quasi 70 mila in meno gli alunni iscritti al primo anno del settore scelto.

In Campania negli ultimi quindici anni, ad esempio, il calo di nascite è stato costante, anno dopo anno, al ritmo di una media di 900-1000 nascite in meno all’anno: il numero dei nati è sceso dai 64.310 del 2003 ai 49.990 del 2017 (-22%). Un fenomeno che, grosso modo, nello stesso periodo ha riguardato tutta Italia. E se non ci fosse il contributo di nascite degli stranieri e degli italiani di seconda generazione, il calo sarebbe verticale.

I dati forniti riguardano i territori, ma non fanno riferimento ai settori scolastici interessati. L’analisi del decremento scolare dei diversi settori, dall’infanzia agli istituti di istruzione secondaria di II grado l’ha svolta Tuttoscuola.

La scuola dell’infanzia, che nel 2014-15 accoglieva 1.021.799 bambini, in questo anno scolastico ne ha accolti soltanto 918.299: ha perso 103.500 iscritti, pari ad oltre il 10%.

Quasi la metà si è registrata nel Mezzogiorno (51.637 iscritti in meno nel quinquennio) e poco meno di un terzo nelle scuole del Nord.

Per quanto riguarda il primo anno di iscrizione nella scuola primaria, nel quinquennio considerato si sono persi poco più di 42 mila alunni, pari all’8% degli iscritti al primo anno di corso.

Non ci sono territori che si sono salvati da questa onda di magra, anche se al Nord all’inizio del quinquennio si è registra una certa tenuta.

L’onda di magra della denatalità, come si vede, sta interessando i primi settori del sistema ma secondo l’analisi di Tuttoscuola, nei prossimi anni si estenderà ai settori scolastici successivi, che, comunque, se pur in forma ridotta, probabilmente per il mancato precedente apporto di alunni con cittadinanza non italiana che in parte stanno lasciando con le loro famiglie il nostro Paese.

Al termine del quinquennio considerato la secondaria di I grado ha registrato nel primo anno di scuola poco più di 11 mila alunni in meno (-2%), di cui quasi la metà nelle scuole del Sud.

Al termine del quinquennio 2014-18 nel primo anno delle superiori si sono registrati 22.600 studenti iscritti in meno, pari a -3,7%. Più della metà, ancora una volta, nelle regioni del Sud.

In un eventuale, auspicabile, piano strutturale di investimento per la natalità, particolari misure dovranno quindi essere riservate alle aree meridionali.

Rivolgendo lo sguardo al futuro, Fondazione Agnelli, sulla base dell’andamento demografico dei Paesi UE, ha elaborato l’evoluzione della popolazione scolastica europea di età compresa tra i sei e i sedici anni (fascia dell’obbligo scolastico) tra il 2015 e il 2030.

Assumendo a riferimento l’anno 2015, identificato con indice di base = a 100, i Paesi dell’Unione prevedono una evoluzione media pari a 99 nel 2030, cioè un andamento complessivamente stabile senza sostanziali variazioni. Ma il dato è meramente statistico, perché sono le situazioni evolutive dei singoli Paesi ad avere valore.

Il Paese che in vista del 2030 avrà la maggiore evoluzione è la Svezia, che passerà dal valore base = a 100 nel 2015 a 125 nel 2030.

Avranno una evoluzione positiva il Regno Unito e la Germania, per i quali la previsione per il 2030 è pari a 109.

La Francia dovrebbe attestarsi per il 2030 sullo stesso valore della media europea, pari a 99.

Lontana da quei valori la Spagna che per il 2030 dovrebbe avere una evoluzione negativa intorno a 93 punti.

E l’Italia? All’estremo in basso. La depressione demografica italiana, secondo le elaborazioni della Fondazione Agnelli, nel 2030 toccherà il valore più basso: 85 punti. A meno che nel frattempo interventi strutturali riescano a invertire il trend della denatalità.   

Considerato che per la prima volta in Italia abbiamo un Ministero della famiglia, è legittimo aspettarsi un piano strutturale, condiviso dal Governo, che, al di là di suggestioni ideologiche, affronti in modo sistemico i nodi del problema, preveda interventi organici, pianifichi investimenti, sostenga con provvidenze mirate le giovani coppie, investa sui servizi per la prima infanzia. Dia, insomma, un futuro sicuro alla genitorialità delle coppie.

Potrebbe essere il piano Marshall della natalità per lo sviluppo del nostro Paese.

 

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