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La festa di San Giovanni tra sacro e profano

Un tempo, nella società contadina, ma non solo, c’erano tante “cummari” e tanti “cumpari”. Cummari, nella cultura del popolo e nel dialetto locrideo, significava persona legata ad altre da forte amicizia e rispetto.

Così c’era a cummari (la madrina) di battesimo, quella della prima comunione, della cresima, del matrimonio. Ma, specialmente tra le donne c’erano anche “i cummari du mazzettu” di San Giovanni.

Mazzettu, perché nella notte tra il 23 e il 24 giugno, si usava raccogliere fiori di iperico – i suoi fiori giallo-oro sbocciano a fine giugno. La pianta veniva utilizzata per curare le ferite dei crociati – da regalare all’amica o all’amico più cari – confezionata in piccoli mazzetti.

Il 29 giugno, festa in onore di San Pietro, se l’amica o l’amico ricambiava con un altro mazzetto di fiori e un piccolo regalo si stabiliva così un rapporto di alleanza umanamente forte e senza vincoli di sangue. Da quel momento i due si sarebbero chiamati “cumpari” se uomo e “cummari” se donna.

Il mazzetto veniva confezionato con sette erbe diverse: l’iperico, detto anche scacciadiavoli, contro il malocchio, l’artemisia per la fertilità, la ruta, la mentuccia, il rosmarino, il prezzemolo, l’aglio, la lavanda. Erbe legate al buonumore, alla prosperità, all’allontanamento del maligno e delle negatività.

Si appendeva dietro la porta di casa. Famiglie intere si legavano tra loro dal “San Giuvanni” perché si sceglievano madrine e padrini per i propri figli da battezzare o da cresimare.

Un legame d’amicizia che per nessuna ragione doveva venire meno. Se accadeva si “ruppia u San Giuvanni”.

Si racconta, ancora oggi, che “a cummari o u cumpari ndota” (dona) alla figlioccia/o un terzo della propria personalità e del proprio carattere. Inviare dei mazzi d’erba e fiori nel giorno di San Giovanni era anche segno di buon augurio e voleva essere un gesto di pace e di fratellanza.

Molto frequente era un altro uso dell’erba di San Giovanni. Quello di metterne un pizzico, insieme a un grano di sale e alla “figureglia” del Santo Patrono, nell’abitino del neonato, un sacchettino di stoffa che le madri e le cummari confezionavano per i bambini, i quali avrebbero dovuto portarlo sempre addosso per allontanare i pericoli e il malocchio.

Nella notte di San Giovanni è vietato catturare le lucciole, perché proprio in quelle ore incarnano le anime vaganti del purgatorio.
“A mio avviso è importante vedere – afferma l’antropologo Luigi M.

Lombardi Satriani – come affiorino nell’immaginario della cultura popolare le usanze elaborate attorno a questa figura. Facendo riferimento alla mia esperienza di vita vissuta e a quella di studioso di cultura popolare, ricordo come già negli anni della mia infanzia San Giovanni fosse fortemente legato al rapporto di comparatico.

Questo rapporto non era solo una credenza del ceto popolare ma anche di chi apparteneva a classi sociali medio alte o di piccola borghesia. D’altro canto – continua lo studioso – la tradizione del comparatico è molto diffusa non solo nei paesi europei ma anche oltre.

Io ho riscontrato più volte come, nell’immaginario popolare, la figura di San Giovanni costituisca una figura di grande rilievo. San Giovanni Battista è estremamente rigoroso, protegge il comparatico ma proprio per questo punisce in maniera spietata, coloro che infangano questo vincolo.

Lui è il custode ma anche il vendicatore nei confronti di chi violi il sacro vincolo, disonorandolo per il proprio piacere. Tanto che in prossimità della sua festività – come riporta nella sua monumentale opera “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” Giuseppe Pitrè – Gesù, nella sua infinita misericordia, fa addormentare per quattro giorni il suo santo affinché questo non continui a punire chi abusa del comparatico.

Naturalmente parliamo di una cultura tradizionale che all’epoca era dominante. Oggi tutto questo, data la legittima conquistata libertà da parte delle donne, sembra appartenere a ere geologiche lontane.

Però – continua il professore Luigi M. Lombardi Satriani, – stiamo attenti a pensarlo definitivamente scomparso, perché molte volte nei comportamenti che apparentemente sembrano moderni, poi di nuovo emerge la cultura tradizionale precedente.

Perciò, quando si dice che queste cose appartengono a un’epoca molto lontana, starei molto in guardia. Mariano Meligrana ha scritto che “arcaico” non significa “inesistente”, e il fondo, la storia, emerge.

Non è detto che ciò che s’immagina scomparso sia scomparso veramente. Molte volte è sedimentato in una sorta di cultura collettiva ed è pronto a riemergere nei momenti di piena crisi”.

E oggi professore cosa sta succedendo? Si propaga sempre più il desiderio di recuperare?
“Ripeto: non è detto che ciò che s’immagina scomparso sia scomparso veramente. Molte volte è sedimentato.

Oggi questa ricerca sta diventando spesso un recupero modaiolo. C’è, in questo, un’esigenza di rifarsi a una cultura popolare preesistente, perché comunque densa di saggezza plurisecolare, – conclude il professore Luigi M.

Lombardi Satriani – ma in questa ricerca di radici, spesso si pensa anche a una sorta di volontà consumistica, di prendere la tradizione, addomesticarla, farne oggetto di consumo. Un’utilizzazione strumentale del recupero di tradizioni arcaiche, tradizionali.

Un movimento di ritorno che è bene seguire criticamente”.
Oggi, in Calabria, ma non solo, sempre più spesso ritornano riti e tradizioni della festa di San Giovanni Battista, che s’intreccia con il solstizio d’estate.

Già dal pomeriggio del 23 iniziano i preparativi per la cerimonia del fuoco e dell’acqua. Domani 24 giugno con il solstizio, istante in cui il sole cessa di allontanarsi dall’equatore celeste per cominciare a riavvicinarvisi, si vive il giorno più lungo dell’anno.

La notte tra il 23 e il 24 permane misteriosa e piena di fascino. La magia e i riti propiziatori hanno occupato ogni istante.

Attorno al fuoco si è assistito all’arrivo dell’alba. Si è iniziato quando le prime ombre della sera hanno fatto accendere il fuoco con le sterpaglie e i resti di fine raccolto.

Quelle del grano, del mais, del lino o della canapa. E la notte è allegramente e paganamente trascorsa sino all’alba, quando ci si bagna con la rugiada delle foglie degli alberi, dei fiori e delle piante.

Ci si purifica il corpo e si rasserena lo spirito. È la notte dell’acqua, delle erbe e delle piante.

È la notte di San Giovanni Battista. Si raccolgono foglie e fiori da conservare.

Piante officinali da utilizzare nella produzione di sostanze medicinali. Della festa e dei riti scrive già Sant’Agostino nel 400 a.

C. I contadini e gli agricoltori chiedevano alle divinità ricchi raccolti.

Affidavano a loro il bestiame e il lavoro. In epoca antica, la Chiesa festeggiava il Santo.

Unico tra tutti i santi per il quale si ricorda sia la nascita che la morte, il 29 agosto. Onore riservato solo alla Beata Vergine Maria e a Gesù Cristo.

Le chiese d’Oriente festeggiano anche il concepimento: il 25 settembre. San Giovanni Battista nella fede, negli usi, nei costumi e nelle tradizioni è il santo più celebrato.

Quello al quale, già dall’era precristiana si officiavano sontuosi riti e ringraziamenti divinatori. Nei secoli le società, nelle varie epoche, hanno mischiato il sacro e il profano.

Fondendo ma anche confondendo i popoli. Generando sino ai giorni nostri moltitudini di credenze, ritualità e magie intorno al Santo.

Unendolo ad esempio, al passaggio del sole dalla crescita alla decrescita. I libri ci raccontano che, dopo aver ballato per lo zio Erode, la famosa danza dei sette veli, la bella, sinuosa e affascinante Salomè, su invito di Erodiade (sua madre) chiese al padre la testa di San Giovanni Battista.

Il profeta, che aveva battezzato Gesù, era stato messo in prigione da Erode Antipa, perché aveva inveito contro il loro matrimonio. Il secondo matrimonio di Salomè.

Il primo era stato con il fratello di Antipa. Erode il Grande accontentò l’intrigante Salomè.

San Giovanni Battista divenne così, nel tempo, anche San Giovanni decollato. Secondo la credenza dei paesi anglosassoni e celtici, il 24 giugno è il giorno in cui il sole si sposa con la luna.

Il fuoco con l’acqua. Nelle antiche celebrazioni della festività di S.

Giovanni il fuoco e l’acqua, il falò e la rugiada sono i simboli più acclarati. Ma assieme a questi, mischiate in un cocktail storico, troviamo la magia e la stregoneria.

Il malocchio unito al misticismo e al divino. Questo si crede nella stragrande maggioranza dei paesi di tutto il mondo, ove le religioni e il paganesimo spesso si confondono e si mischiano in significati simbolici e di magia: secondo gli antichi pagani le fate in questo giorno vagano libere per i campi, per far sì che gli agricoltori possano ringraziare il sole per le ore in più di luce, e per il raccolto generoso che avrebbero aspettato.

Ancora oggi in Italia, i costumi e le tradizioni sono centinaia ma, tutti comprendenti il falò. Il fuoco purificatore che si salta per avere fortuna, si mette la sua cenere sui capelli.

Le ragazze si rotolano sui prati per bagnarsi di rugiada dopo aver invocato San Giovanni di far loro conoscere il volto del futuro marito. Raccogliere la rugiada e poi berla allontana il malocchio e favorisce la fecondità.

Si raccolgono le noci acerbe da mettere sotto spirito e lasciate macerare. Circa due mesi dopo si può gustare il “Nocino”, gustoso liquore dal potere energizzante.

A Roma e in molti centri della Sardegna è la notte delle streghe. A Genova si accendevano i falò con il legno delle cassette dell’ortofrutta, un tempo usate per trasportarla.

Nella Locride, alla Casa delle Erbe di Antonimina, è in programma un evento che propone le varie ritualità della notte di S. Giovanni.

“Proprio per sancire l’attenzione – dice Marò D’Agostino, architetto, paesaggista ed esperta in erbe e piante, creatrice della casa delle Erbe e delle AgriCulture – che abbiamo per il mondo affascinante della natura, dei suoi cicli, dei miti e dei riti che da qualche parte, seppur raramente, affiorano nella nostra cultura e ne costituiscono una linfa misteriosa e preziosa”.

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