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lnvalsi 2018, ecco perché al Sud ci sono più scuole scarse che al Nord

Come si valuta la bontà di una scuola? Non certo in base ai risultati dei suoi alunni, che dipendono da una serie di fattori esterni come il background socioeconomico delle famiglie d’origine, inteso come il reddito e il livello di studi dei genitori, l’eventuale origine immigrata, il genere, il livello di partenza all’uscita dal ciclo di studi precedente ecc. Che una scuola del centro città di Milano ottenga risultati migliori di una della periferia di Reggio Calabria non vuol dire automaticamente che la prima sia una buona scuola e la seconda sia cattiva.

Ecco perché l’Invalsi, il sistema di valutazione standardizzata delle scuole italiane, ha elaborato un parametro per misurare l’efficacia di ciascun istituto in base al confronto fra il livello di partenza dei suoi alunni e quello raggiunto durante il percorso scolastico. In quest’ottica, una scuola è buona se i suoi alunni vanno meglio di quelli di altre scuole che provengono da contesti simili e cattiva se vanno peggio.

E’ il cosiddetto «valore aggiunto», un indicatore statistico che permette di misurare l’efficacia di ciascuna scuola, intesa come la sua capacità di riscattare parzialmente i suoi alunni dallo svantaggio di partenza o, nel caso delle scuole più fortunate, di farli eccellere oltre i loro livelli già alti di partenza. Confrontando le scuole italiane in base la valore aggiunto, l’Invalsi ha ottenuto un quadro da cui risulta che non solo le scuole del Sud vanno peggio in termini assoluti ma, ciò che è più grave, che al Sud ci sono molte più scuole con un valore aggiunto negativo che al Nord.

Ecco il rapporto in dettaglio.

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