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Più vecchi e con meno figli: bye bye baby dopo la Grande crisi

Siamo sempre più vecchi e facciamo sempre meno figli – In un saggio su Focus Bnl, l’economista Simona Costagli spiega come la crisi finanziaria e la recessione globale abbiano contribuito in maniera determinante al crollo della fertilità e alle migrazioni a fronte di un aumento della longevità

Siamo sempre più vecchi e facciamo sempre meno figli. Una tendenza che non riguarda solo l’Italia, ma che interessa gran parte dei Paesi Sviluppati del mondo.

In un recente rapporto, l’Onu ha stimato che il 12,7 per cento della popolazione mondiale ha più di 60 anni. Nel 1980 erano l’8,5%. Facile capire come il trend sia in crescita e continuerà a salire anche nel prossimo futuro. Secondo le stesse previsioni infatti, nel 2030 gli over 60 saranno oltre il 16% della popolazione mondiale.

Simona Costagli, in un Focus Bnl dal titolo “Bye bye baby. Fertilità e invecchiamento dopo la grande recessione”, fa notare anche un’altra tendenza preoccupante:

L’aumento della longevità a livello mondiale si è accompagnato a un generale declino della fertilità passata da 5 figli per donna in media tra il 1950 e il 1955 a circa 2,5 tra il 2010 e il 2015. Oggi il 46% della popolazione mondiale vive in paesi in cui il tasso di fertilità è inferiore a quello di sostituzione (indicativamente pari a 2,1 figli per donna); la percentuale dovrebbe arrivare a 67 entro il 2030.

La crisi finanziaria e la recessione globale vissuta negli ultimi 10 anni hanno contribuito in maniera importante allo sviluppo di entrambi i fenomeni con un impatto sulla fertilità e sulle migrazioni. Nella sua analisi, Costagli prende come esempio la Grecia e l’Italia:

In Grecia la generazione post crisi è la più piccola dal secondo dopoguerra a causa di un crollo del tasso di fertilità e delle migrazioni. In Italia la riduzione del numero assoluto dei nati era stata prevista da tempo, ma il calo delle nascite è risultato più veloce di quanto atteso, soprattutto per l’accelerazione subita dopo la crisi economica iniziata nel 2008.

Secondo i dati il numero medio di figli per donna nel nostro Paese è sceso a 1,32. A livello geografico c’è una forte differenziazione tra il Nord – dove la media è di 1,37 figli per donna – e Il Sud, fermo a 1,29. Parallemente, l’Istat ha certificato per il 2018 una lieve riduzione della mortalità: 10,5 individui deceduti ogni mille residenti dai 10,7 del 2017. Spiega ancora Costagli:

La flessione della mortalità ha portato a un aumento significativo della speranza di vita passata da 66,5 anni nel 1950-55 a 83,26 nel 2015-20, uno dei valori più alti al mondo, dopo quello di Giappone, Svizzera, Spagna e Singapore. Gli ultra 65enni, in particolare, in Italia sono passati dal rappresentare l’8,1% della popolazione totale nel 1950 al 22,8% nel 2019. Nello stesso periodo di tempo, il peso della classe di età 0-14 anni è passato dal 26,7 al 13,2%. Il dibattito sulla relazione tra struttura demografica e crescita economica negli ultimi anni si è riacceso e punta sia ad analizzare le modifiche nelle preferenze di risparmio e consumo che l’invecchiamento della popolazione produce, sia i cambiamenti nella qualità e quantità dell’offerta di lavoro, nella produttività, innovazione e imprenditorialità. Secondo un’analisi condotta dalle Nazioni Unite, ad esempio, nei paesi avanzati i livelli di consumo degli anziani sono più elevati (in alcuni paesi fino al 30% in più) che in ogni altro gruppo di adulti.

Pubblicato in: Mondo Tag: Focus Bnl, Invecchiamento, Natalita, Onu

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