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Prima elementare a 7 anni: qual è l’età giusta per iniziare la scuola?

L’estate è iniziata da un soffio, ma l’inizio di un nuovo anno scolastico non è poi così lontano come sembra. Così, come ogni anno, i genitori si trovano tormentati dal solito interrogativo: qual è il momento giusto per mandare i propri figli alle elementari? L’abitudine italiana è quella di iniziare verso i 6 anni, ma sembra che anticipare di un anno – come da modello inglese – vada sempre più di moda.

Accelerare la scolarizzazione è un trend giustificato da molti pedagogisti secondo i quali dobbiamo sfruttare il prima possibile l’enorme capacità di apprendimento del bambino piccolo. Così, mentre siamo abituati ad accorciare i tempi – mettendo anche a dura prova i ritmi naturali del nostro corpo – e a vivere nella frenesia più totale, siamo portati a credere che anche i più piccoli (sempre più svegli di quanto lo fossimo noi alla loro età) debbano rendersi conto velocemente di come “va il mondo”.

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Sempre più esperti, però, sembrano pensarla molto diversamente.

Chi si ispira alla pedagogia Steineriana è sicuro che l’età più giusta per andare a scuola arrivi a 7 anni. Proprio così: la dimensione creativa e sognante del pensiero tipico dei bambini passa con la scolarizzazione, rimpiazzata da quella logico-razionale che è tipica dell’età adulta.

E i risultati di diverse ricerche recenti sembrano concordare: se questo passaggio avviene troppo presto, o in modo forzato, può lasciare un segno sullo sviluppo del bambino, provocando addirittura blocchi psicologici e paure. Il risultato? I bambini potrebbero faticare più del normale a gestire la vita di gruppo tanto da, nei casi più estremi, mostrare caratteristiche antisociali.

Preoccupazione e senso di inadeguatezza sono i primi sintomi.

Secondo le ricerche – come quella condotta da Cambridge Assessment e dalla Cambridge University – l’inserimento anticipato a scuola va di pari passo con l’aumento delle malattie psichiche – soprattutto depressioni che si rivelano dopo 2 o 3 anni di scuola.

Ecco perché la pedagogia Steineriana ha sempre sostenuto che è necessario lasciare che i bambini trovino le forze necessarie per affrontare passaggi così significativi, senza forzarli. Long story short, l’idea è proprio quella di posticipare il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria: le elementari andrebbero iniziate a 7 anni.

Lo stesso studio dell’Università di Cambridge sottolinea che i bambini mandati a scuola troppo presto possono essere “colpiti in modo negativo dalle loro esperienze dei primi anni di vita”. Ciò potrebbe anche continuare a “influenzare il loro rendimento scolastico per tutta la durata del percorso”.

Naturalmente sono stati indicati come esempio i sistemi in cui i bambini iniziano la scuola più tardi, come in alcuni paesi scandinavi (soprattutto la Danimarca, dove si iniziano le elementari a 7 anni): i dati sui disagi psicologici vissuti dai bambini sono più equilibrati. È stato infatti confermato che i risultati scolastici dei bambini che vanno a scuola verso i 7 anni sono mediamente ottimi, restando più alti anche negli anni dell’università.

Inoltre i livelli di stress da scuola sono più bassi e quelli legati al benessere psicologico sono decisamente più alti. Secondo un altro studio neozelandese condotto dalla University of Otago, i bambini che iniziano a leggere e a studiare a 5 anni, intorno agli 11 anni manifesterebbero meno interesse per la lettura e minori capacità di comprensione del testo scritto rispetto ai bambini che hanno iniziato la scuola primaria dopo il sesto o settimo anno di vita.

Ecco perché gli esperti tornano a parlare di “anno del re”, alias il sesto anno di vita del bambino che tradizionalmente segna il passaggio dall’età dell’infanzia a quello della scolarizzazione. Posticipare questo passaggio significa regalare ai piccoli un anno in più di fanciullezza che, per molti pedagoghi, è un dono impagabile.

Compiuti i sei anni, i bambini sono generalmente padroni delle proprie facoltà motorie, sanno giocare e gestire i propri sentimenti, “dettagli” che li fanno sentire fieri di loro stessi, cresciuti e pronti a una nuova fase della vita. Un anno in più per approfondire le prime esperienze di vita in comunità e le prime responsabilità sembra assicurare per il futuro un carattere deciso, forte, in grado di risolvere le situazioni difficili grazie a un’invidiabile capacità di riflessione.

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