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Ricoverata per infezione da parto, ma il neonato non c’è: la storia del bimbo senza nome

“Sto male, aiutatemi”. Viene portata al pronto soccorso dell’ospedale di Cassino con un problema ginecologico, ha 21 anni, si chiama Laura ed è poco più che una bambina. Perplessi, i medici la esaminano attentamente, la sottopongono ad analisi specifiche, discutono di malattie gravi, ipotizzano addirittura un cancro, ma qualcosa nel suo stato clinico non quadra con quanto racconta. I sintomi sono quelli di una semplice infezione da parto, una complicanza comune e non grave, ma non è finita lì, Laura non può lasciare l’ospedale, non è così semplice. Prima deve spiegare, se ha una malattia conseguita a un parto, perché ha detto di non avere un bambino. Deve dire dove è il piccolo che, a giudicare dal suo stato, ha solo pochi giorni. La situazione all’ospedale di Frosinone si fa carica di tensione, complessa, delicata, tanto che intervengono le forze dell’ordine a sequestrare la cartella clinica. E l’indagine, passa da sanitaria a giudiziaria in pochi step, uno dei quali è proprio l’accertamento cruciale: che fine ha fatto il neonato di Laura?

Partorito in casa, gettato nella spazzatura come un rifiuto, morto chi sa quando, chi sa come o per mano di chi. È questa l’ipotesi di chi si è trovato tra le mani quell’odiosa storia, una di quelle che fanno venire la nausea al solo figurarsi certe immagini. L’attenzione si sposta, dunque, sul contesto in cui l’infanticidio – perché questo è il crimine che viene contestato a Laura – matura. Laura e Rocco, il suo fidanzato e padre del bambino sparito, sono una coppia di giovani fidanzati di Cassino, lui di Piedimonte San Germano lei di Pico. La loro è una tranquilla vita di provincia vissuta all’ombra della famiglia, nessun sussulto, nessuna ambizione, solo la normalità divisa tra la vita casalinga e i centri commerciali. Poi, la gravidanza non desiderata.

È difficile capire chi dica il vero e chi menta, in questo gioco delle parti in cui Laura accusa Rocco e viceversa. Le indagini, come sempre, devono essere scrupolose e delicate. Ci vogliono due anni prima che le due versioni della storia possano confrontarsi in tribunale. Il processo, ripreso dalle telecamere di ‘Un giorno in Pretura’, è durissimo. Una testimone, in lacrime, racconta di quando, nella casa di Pico, è stata sopraffatta da un odore di marcio fortissimo e pregnante, un odore di morte. Le difesa dei due ragazzi, però, parlano di aborto spontaneo, non di infanticidio. Il piccolo sarebbe morto naturalmente nella pancia della mamma e lui, Rocco, avrebbe solo tentato di aiutarla estraendo il feto dal suo corpo. È difficile immaginare come, di fronte a un aborto, un ragazzo di 20 anni possa pensare di sostituirsi ai medici e far partorire il bambino morto alla sua ragazza, ma questo, per quanto assurdo, non è infanticidio.

Il capo d’accusa passa, solo per lui, a ‘lesioni’, ovvero quelle procurate alla fidanzata mentre tentava di estrarre il feto. In appello cade anche quest’ultimo e Rocco viene assolto. Non fu infanticidio né procurato aborto, pertanto, non fu reato. Rocco M., barbiere, secondo le conclusioni dei giudici, non smaltì il corpicino morto in un borsone della palestra o nella spazzatura, come lo avevano accusato di aver fatto. Due anni  prima dall’infanticidio del piccolo Gabriel, avvenuto in quei territori, si chiude senza colpevoli e senza innocenti. A parte la creaturina mai nata e per cui nessuno ha dovuto sfogliare il libro dei nomi. Nel suo caso, quel libro, si sarebbe aperto alla voce ‘Lei’.

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