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Urbanistica sostenibile europea

Napoli, 12 Giugno – Quando nacquero le prime leggi urbanistiche il principio predominante era quello di una organizzazione e programmazione del territorio che risentiva ancora fortemente di quell’Urbanesimo che, con diverse forme, ha caratterizzato ampie zone dell’Europa e della nostra penisola. Nell’accezione industriale e postindustriale il territorio era visto come “ambiente” da colonizzare per la residenzialità ed organizzazione produttiva dei cittadini, dando scarso o nullo rilievo alla potenzialità produttiva del territorio ed alle conseguenze sullo stesso di determinate concentrazioni umane.

Basti pensare che nella stragrande maggioranza delle norme urbanistiche nazionali e regionali quello che non viene interessato da zone residenziali a vario titolo o industriali viene classificato con un generico “Verde Agricolo” quale area di indistinta programmazione e sviluppo. Se si eccettua per gli indici di edificabilità, il cosiddetto “Verde Agricolo” giace in un limbo in cui, nonostante recenti norme, la pianificazione e la programmazione di questo ambito territoriale è praticamente casuale e totalmente scollata dai recenti indirizzi internazionali sullo Sviluppo Sostenibile e sull’uso Rinnovabile delle Risorse. Il territorio non è un’entità frazionabile casualmente, ma perfettamente viva e secondo regole non stabilite dall’uomo ma da un modello termodinamico ed ecosistemico che noi molto genericamente chiamiamo di volta in volta: Natura, Ambiente, Territorio, ecc. Il territorio è un vero e proprio “CORPO” che non può essere sezionato, diviso o riorganizzato a proprio piacimento senza che le conseguenze possano essere anche macroscopiche e talvolta disastrose. La continuità territoriale (a cui l’Unione Europea ha posto l’attenzione, per es. con Rete Natura) è più complessa della semplice delimitazione in semplici ambiti di edificabilità urbanistica. L’evoluzione e la comprensione dei principi dello Sviluppo Sostenibile, sfociati nei vari Protocollo di Kyoto o Agenda 21 fa comprendere che il territorio deve “vivere” e “produrre” secondo le succitate regole. Vi è bisogno di una rimodulazione della concezione e normativa urbanistica a livello europeo. I nodi fondamentali da sottoporre a revisione: 1. Le aree non direttamente interessate dai centri abitati o da infrastrutture vanno sottoposte a revisione urbanistica considerando le potenzialità e vocazionalità naturalistiche, agricole (produzioni convenzionali o biomasse).

Tale riclassificazione si rende opportuna soprattutto per il passaggio graduale da una economia fondata sulle risorse non rinnovabili a quelle rinnovabili; 2. In tali aree, così riclassificate va rivalutata, soprattutto nelle aree periurbane, la necessità di una estensivizzazione e quindi ricomposizione fondiaria delle proprietà; 3. Le aree di espansione urbanistica, li dove necessarie, andranno così subordinate ad una scala di valori dove verranno attribuiti dei pesi e punteggi che tengano conto della capacità delle aree ancora non urbanizzate di: aumentare la biodiversità del sito; produrre risorse rinnovabili; recuperare risorse naturalistiche; recuperare l’originaria fertilità in zone a rischio di desertificazione; insediamenti per la produzione di energie rinnovabili (eolico, fotovoltaico, ecc.), salvaguardare uomo e territorio dal rischio idrogeologico e dal dissesto agronomico; 4. All’interno dei centri abitati va riconsiderata la necessità del recupero di aree urbanisticamente degradate per la creazione di spazi verdi dove le specie vegetali vengano scelte sulla base delle caratteristiche ecosistemiche della zona.

I vantaggi sociali ed ambientali: L’appetibilità di unità territoriali più idonee a produzione di energie rinnovabili (in un mercato futuro sempre più esigente) comporterà una maggiore presenza umana; 1. Il riequilibrio urbanistico avrebbe notevoli vantaggi di natura sociale, occupazionale, rendendo i nostri territori energeticamente meno dipendenti dalle risorse non rinnovabili e convenzionali e con un minore costo sociale, economico e di manutenzione; 2. L’abbandono rurale ed il conseguente degrado ambientale (perdita di suolo, frane, dissesti, mancata produzione di energie rinnovabili) verrebbe notevolmente rallentato con conseguente vantaggi sui bilanci nazionali e regionali; 3.

La tendenza alla diminuzione della biodiversità sarebbe notevolmente invertita per una programmazione e pianificazione urbanistica mirata e aperta agli indirizzi della Politica dell’Unione Europea. Tali considerazioni potrebbero rappresentare la base di partenza per una seria RIFORMA DEL MODELLO URBANISTICO nell’era dello SVILUPPO SOSTENIBILE; ecco cosa si potrebbe/dovrebbe, inoltre, chiedere alla Comunità Europea: L’applicazione ed il perseguimento di concrete politiche su un nuovo modello di Sviluppo non possono prescindere da un reale e ben normato collegamento degli strumenti urbanistici di cui l’Unione Europea farebbe bene ad occuparsi, in maniera più decisa, nei riguardi degli Stati membri.

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“Architetto e docente di Tecnologia, vive a Mariglianella, presidente dell’associazione “A.L.T. (Ambiente–Legalità- Territorio) La Fenice”, attivista da anni, impegnato in battaglie sociali, ambientali e politiche a tutela dei cittadini”.

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